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giovedì, 20 novembre 2008


Un parcheggio sicuro

on Bernardino, misurava a larghi passi la sacrestia continuando a guardar fuori impaziente: sembrava che il sole tardasse a bell’apposta per non far giungere la sera. Sì, era proprio stanco che manomettessero la sua macchina. Non che avessero mai rubato nulla al suo interno, ben inteso, ma nonostante la chiudesse a chiave, la ritrovava spesso aperta. Stavano sicuramente cercando il modo per metterla in moto e portarsela via o per fargli qualche scherzo di pessimo gusto. Ci avrebbe scommessa la tonaca. Sì, aveva deciso. Appena avesse fatto buio avrebbe aperto il portone della pieve e l’avrebbe parcheggiata lì dentro. Il Signore avrebbe capito e lo avrebbe perdonato. L’indomani mattina, prima della messa delle 6, si sarebbe alzato e l’avrebbe spostata: non se ne sarebbe accorto nessuno. Alle 17 e qualche minuto era finalmente scuro e lui era già in macchina. A fari spenti entrò nel portone spalancato della chiesa parcheggiando la Mini tra il confessionale e la prima fila delle panche. Era strano vedere al chiarore debole della luna la sua macchina amaranto tra santi e altarini, ma doveva riconoscerlo, ci stava proprio bene. Quella sera si addormentò tranquillo, ma al primo sonno gli venne in mente che quella mattina aveva visto una perdita di olio sotto la macchina. Se avesse continuato a perdere sul cotto del Trecento sarebbe stato un disastro. In pigiama e pantofole decise di scendere per andare a vedere e, afferrato un sottovaso dei gerani che avrebbe piazzato sotto la coppa dell'olio, entrò nella pieve. Ma appena all’ingresso sentì distintamente delle voci provenire dall
interno della macchina anche se non si vedeva nulla. Li aveva colti sul fatto questa volta, quei maledetti. Staccò un crocifisso ligneo del Settecento e brandendolo come una clava si avvicinò alla Mini. Aprì la portiera di colpo. Una coppia di giovani gettò un urlo all’unisono. E subito la ragazza uscì seminuda seguita dal compagno che incespicava nei pantaloni abbassati sino alle ginocchia. Don Bernardino rimase senza parole con il crocifisso per aria: «Sei il figlio di Armando, vero?» ebbe a dire a bassa voce poco convinto. Ma i due giovani avevano già sbattuto il portone della chiesa: lo spostamento d’aria fece vacillare due grossi ceri in fondo alla navata.
vissuto altrove da briciolanellatte | 23:29 | commenti (2)

domenica, 16 novembre 2008


Giornate di vento


l piccolo ‘Svaldi, il nipote di otto anni del mio vicino Nello, mi aveva appena portato la sua casetta degli uccellini. Una folata di vento, di quelle potenti come a volte capitano qui a Poggiobrusco, l’aveva sganciata dal ramo di quercia e sbattuta per terra sgangherandola.
«Per fortuna non c’erano uccellini, dentro…» mi fece notare lui mentre mi accorgevo, nel maneggiare i resti, che sarebbe stato più semplice costruirne una nuova.
«Già per fortuna».
«Questa storia del vento è seccante, però» mi disse assumendo involontariamente una delle espressioni di Nello. «Uno fa tanto per dare una casa alle ghiandaie e poi basta poco per rovinare tutto. Ma come si forma il vento?»
Gli chiesi di passarmi il martello e dei chiodi piccoli, giusto per prendere tempo e trovare così le parole giuste. Accesi un paio di luci in più nel garage per vederci meglio.
«In poche parole…» dissi schiarendomi la voce «il vento, almeno credo, ma posso sbagliarmi…, si forma quando c
è uno spostamento daria da un punto a un altro dell'atmosfera. Uno strato caldo insomma prende il posto di uno freddo, che è più pesante».
Lui mi squadrò in quel suo modo strano: inclinando la testa da un lato e chiudendo un occhio. Sembrava stesse scegliendo l’inquadratura giusta da mandare a memoria. Si vedeva che non l’avevo convinto.
«E se fosse invece che un gruppo di angeli, tutti insieme, hanno deciso di prendere il volo? Sbattono le ali così forte che fanno tutta quell’aria…»
«Non ci avevo mai pensato».
«Lo sai? Anche mia madre è volata in cielo ed è un angioletto» mi disse subito dopo.
«Sì, lo so bene, ‘Svaldi». Il viso del bambino era sereno. Stava guardando il cielo che si  preparava al tramonto novembrino, con qualche nuvola pallida e solitaria qua e là che provava a valicare il monte. «Per quanto io non l’ho mai capita ‘sta cosa qui…»
«Cosa ‘Svaldi?»
«Come faccia a volare la mia mamma… ci ha le vertigini, lei».
vissuto altrove da briciolanellatte | 22:26 | commenti (5)

giovedì, 13 novembre 2008


Una telefonata importante


el volo sul Chessna non ricordava nulla, né di quando era precipitato. Si era risvegliato su quello scoglio di terra in mezzo al pacifico senza sapere il perché. Del pilota e dell’amico, nulla. C’era qualche albero tra la bassa vegetazione, uno per fortuna era da frutto. Si era cibato con quello e con un po’ di pesce che aveva imparato a pescare. Prometteva di più, però, l’isola di fronte. Sarebbero bastate poche bracciate d’acqua, ma il mare era troppo burrascoso e quando era calmo sembrava il punto di ritrovo degli squali bianchi. Eppure doveva andare là. Poteva scorgere molti più alberi da frutto e animali da cortile forse lasciati da qualcuno allontanatosi tempo prima. L’isola sembrava abbandonata nonostante la capanna. Ma il motivo per il quale doveva andare lì era perché da qualche giorno gli pareva che da quella capanna provenisse, con il vento a favore, il suono di un telefono. Sì, proprio così. Forse era collegato via satellite, chissà. Sarebbe stata la sua salvezza: una telefonata e sarebbero venuti a prenderlo. Piovve una settimana di seguito e la mareggiata spiaggiò i resti della carlinga del velivolo. Spiaggiò anche i resti di Tom, che fece sparire sotto un metro di sabbia fine. La mezza carlinga, con qualche modifica, sarebbe potuta servire da canoa. La lavorò per due giorni interi a colpi di sassi. Era leggerissima e avrebbe dovuto quantomeno aspettare che il mare fosse piatto. Un giorno di calma piatta mise in acqua la canoa e subito dal largo arrivarono puntualmente gli squali bianchi. Il primo istinto fu quello di mettersi in salvo, ma poi vide che erano solo due e che eseguivano volte larghe e non sembravano interessati a lui.
Intanto il telefono dall’altra isola continuava a squillare, incitandolo a far presto. Decise di provarci. Con la pagaia di legni intrecciati prese a remare lentamente cercando di sollevare la minor schiuma possibile. La canoa reggeva bene e anche se procedeva storta puntava verso l’isola maggiore. L’aria era pulita a quella latitudine: era la fine di un incubo. Quando si trovò in mezzo alle due isole sbucò rapidissimo dal profondo uno dei due squali che colpì con violenza la fiancata della canoa che prese ad ondeggiare paurosamente. Era troppo tardi per tornare indietro. La canoa si arcuò. Se lo squalo avesse attaccato nuovamente l’avrebbe spezzata in due. Prese a girare in tondo come un'anitra senza un'ala e ci mise due ore per arrivare alla spiaggetta agognata. Lo squalo, per tutto il tempo, gli stette al fianco limitandosi a seguirlo fino a pochi centimetri dalla riva, poi rinunciò. Il telefono a quel punto si mise a squillare prepotente. Prese a correre a perdifiato come dovesse andare a rispondere a una telefonata che aspettava. Quando entrò nella capanna vide che c’erano mille altre cose ma non il telefono: c’era solo quel maledetto squillo che sembrava ora provenire da un punto qualsiasi di quell’infinito blu. Gli squali si fermarono a guardarlo e poi ripresero il largo.
vissuto altrove da briciolanellatte | 09:03 | commenti (3)